L'AVVENTURA DI DOMENICO ZIPOLI: FEDE, ARTE E PASSIONE PER L'UOMO »
Domenico Zipoli nasce a Prato il 16 Ottobre 1688. Nella città natale riceve la sua prima educazione musicale ed è tra i cantori del coro della cattedrale. Beneficia della possibilità di proseguire gli studi grazie alla protezione di Cosimo III de Medici. Studia organo ed ha per maestri: Giovanni Maria Casini a Firenze, Alessandro Scarlatti a Napoli e Bernardo Pasquini a Roma. Il suo talento gli vale, intorno al 1715, il prestigioso incarico di organista della Chiesa del Gesù a Roma. La sua notorietà cresce a seguito della pubblicazione nel 1716 delle “Sonate d’intavolatura per organo e cimbalo”, ancor oggi fra le partiture più ricorrenti nei programmi dei concerti d’organo. Ma alla promettente carriera che gli si apre a Roma Zipoli rinuncia, spinto dal forte desiderio di recarsi missionario nel Nuovo Mondo. L’anno stesso della pubblicazione delle Sonate lascia per sempre l’Italia, inizialmente diretto a Siviglia dove chiede di entrare nella Compagnia di Gesù. Di lì a poco, ancora novizio e a soli 28 anni, lascia l’Europa alla volta dell’America latina. Con altri religiosi sbarca nel porto di Nuestra Señora Santa María del Buen Ayre (oggi Buenos Aires) il 13 Luglio del 1717 per trasferirsi quindi a Córdoba de la Nueva Andalucía (l’attuale città di Córdoba), insediamento coloniale già avviato proprio dall’ordine ignaziano a diventare uno dei centri culturali più rilevanti dell’intero continente americano. In quegli anni Córdoba assolve al ruolo di capitale spirituale ed intellettuale della vasta Provincia gesuitica del Paraguay, la celebre “República Guaraní”, straordinaria ed innovativa esperienza di comunità politica ispirata ai precetti evangelici.
Zipoli completerà a Córdoba il proprio percorso di formazione religiosa (1718-1724) anche se, a causa della mancanza di un Vescovo nella regione, non potrà mai esservi ordinato sacerdote. Le notizie riguardo ai dieci anni trascorsi in Argentina sono scarne. E’ noto tuttavia che si fosse dedicato nel contempo all’attività di organista, di maestro di coro e di compositore. Sappiamo anche che il suo lavoro dovette essere molto apprezzato poichè lo stesso Viceré del Perù si interessò di lui sollecitandogli nuove opere. Muore stroncato dalla tubercolosi, il 2 Gennaio del 1726, probabilmente a Córdoba, all’età di 38 anni. Alcuni studiosi lo credono tuttavia deceduto a Santa Catalina, insediamento rurale dei Gesuiti a nord della città di Córdoba. La sua sepoltura non è stata mai ritrovata. Per 150 anni, dal 1609 e fino al 1767, i Gesuiti costituiscono le cosiddette “Reducciónes”, una vasta rete di missioni organizzata come una repubblica e sotto la protezione del Re di Spagna. Le Reducciónes prosperano grazie ad un’efficace organizzazione economica e sociale, sorprendente sintesi di spirito imprenditoriale e di vita comunitaria. Sorgono così fin nel cuore della foresta pluviale chiese monumentali, aziende agricole, officine e magazzini. Prosperarono le arti ed in particolar modo si diffonde l’insegnamento musicale. E’ in questo contesto che il barocco europeo viene ad incontrare, con stupefacenti esiti, la cultura indigena. Le Reducciónes sottraggono tuttavia gli indios Guaraní allo sfruttamento schiavistico da parte dei latifondisti e delle compagnie commerciali portoghesi, inoltre i Gesuiti sono fortemente invisi alla massoneria e agli intellettuali illuministi dell’Europa del tempo. Pertanto, quando la Compagnia di Gesù viene soppressa, la presenza dei missionari è violentemente estirpata dai territori americani e gli indios di nuovo ridotti allo stato di animali braccati dai mercanti di schiavi.
Per oltre due secoli si perdono anche le tracce di Domenico Zipoli in America latina, e la storia della musica lo ricorda più che altro come virtuoso organista e stimato autore di composizioni antecedenti la partenza per il Nuovo Mondo. Nel 1972 invece, l'architetto svizzero Hans Roth, lavorando al restauro degli splendidi resti dell’insediamento gesuitico di Chiquitos, nel nord est della Bolivia, scopre 5.000 pagine di spartiti! Il ritrovamento di questo ingente patrimonio culturale è considerato l’evento fondamentale della musicologia ispanoamericana recente e porta di nuovo all’attenzione degli studiosi la straordinaria opera di promozione culturale svolta dai padri Gesuiti nel Nuovo Mondo. Incomincia di qui la riscoperta di Domenico Zipoli. All’inizio si stenta ad associare il Domingo Zipoli delle partiture di Chiquitos all’italiano Domenico Zipoli: la musica del primo differisce non poco dalla musica del secondo. Poi, grazie all’opera di attenti studiosi, con l’analisi comparata di opere coeve ed il restauro dei molti manoscritti ritrovati, si ha modo di comprendere appieno il ricco e complesso percorso musicale del grande musicista-missionario. Gli studi più recenti provano che Domenico Zipoli è stata la figura fondamentale della musica americana del ‘700. La sua opera richiama l’attenzione degli studiosi per l’adattamento del barocco europeo alla sensibilità musicale dei nativi. E’ purtroppo probabile che una parte rilevante di questo repertorio sia andato perduto nella distruzione delle missioni da parte delle milizie schiaviste portoghesi. Milizie finanziate da quella “Companhia General de Comércio do Grão-Pará e Maranhão” da cui anche il filosofo Voltaire avrebbe tratto consistenti proventi. Il nostro si vanterà addirittura, nella sua Lettre a Madame la Comtesse de Lutzelbourgdel 12 Aprile 1756, di aver fatto armare lui stesso uno dei quattro vascelli salpati alla volta del Nuovo Mondo a dar man forte nella guerra contro le Reducciónes.
Scrive, di Domenico Zipoli, Pietro Lozano, storico della Compagnia di Gesù e suo compagno d’avventura: “Era espertissimo nella musica, arte della quale lasciò una testimonianza non comune in un libretto dato alle stampe. Entrato a far parte del teatro della Casa di Roma, poteva sperare di ottenere risultati ancora maggiori, ma a tutto preferì la salvezza degli indiani e navigò verso il Paraguay (…). Era dotato di un modo di fare estremamente tranquillo, e per questo fu caro sia a Dio che agli uomini (…). Si pensava che grazie alla sua devozione all'Angelo Custode avesse ottenuto la pietà propria degli Angeli. Disciplinava tutte le sue azioni sulla base dell'obbedienza, mai discostandosi dal volere dei superiori, ai quali anche per cose minime chiedeva il perdono. Pendeva dalle labbra dei confratelli che parlavano di cose divine, ed era solito non parlare di altro. Sfinito da una grave malattia, per la quale aveva sofferto un anno intero, con la tranquillità con cui aveva vissuto rese l'anima a Dio il 2 di gennaio”.
Stefano
E BASTA CON LA CASTA! »
Trovo insopportabile, nel bel mezzo di questo casino mondiale che ci troviamo a vivere, chi ha il chiodo fisso dei tagli dei costi della politica. Gian Antonio Stella, tanto per fare un nome qualsiasi, diventato famoso nel 2007 col suo libro sulla “casta” e da allora costretto (perché ormai è un personaggio che ha un copione fisso da recitare) a parlare sempre della stessa cosa.
Io capisco che è uscito dall’anonimato con una bell’inchiesta sui costi, gli sprechi, le malefatte dei politici; capisco che, oltre ad uscire dall’anonimato, ha anche visto aumentare il proprio conto in banca, grazie ai suoi libri di successo, che poi hanno generato schiere di imitatori. Capisco anche che il direttore del giornale per cui scrive (il Corriere della Sera) conta molto sui suoi pezzi documentati e ficcanti. Ma c’è da chiedersi se sia più il tempo di continuare a sparlare della “casta”.
Il fastidio monta per due motivi. Il primo è che lo Stella, volente o nolente, contribuisce a rendere sempre più forte il vento dell’antipolitica. Per cui l’uomo medio fa presto di tutta l’erba un fascio, come si suol dire, e getta la croce su tutti i parlamentari, come se si trattasse di un unico blocco di mascalzoni e farabutti. Mentre invece sulle famose poltrone siedono anche molte persone oneste, rispettabili, che sono lì per difendere una posizione ideale o culturale, che credono ancora nella politica come servizio. E che vengono da esperienze dure, di politica fatta sul campo, accanto alla gente, dando il proprio tempo e le proprie forze per risolvere i problemi di tutti.
Di questa gente non si parla, mentre sarebbe interessante conoscerla. Un consiglio è quello di leggere il libro dell’on. Maurizio Lupi, La prima politica è vivere (Mondadori), tanto per provare a scoprire il rovescio di una medaglia che la gente conosce solo da una parte. Lupi parla di sé, della sua storia, delle sue convinzioni, dei suoi criteri morali e dice esplicitamente di non riconoscersi nei ritratti che emergono dal libro di Stella. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di puntare su ciò che è positivo, incoraggiante, valido. Possibile che ci siamo ridotti a credere che in Italia ci sia solo un politico degno di questo nome, il Presidente Napolitano?
Secondo punto. La politica ha fallito e quindi ci ritroviamo coi tecnici. Va bene, ma non è un bene. Quando la politica fallisce, quando la democrazia fallisce, non c’è da aspettarsi niente di buono. “Dopotutto – cito dal libro di Lupi – nella storia d’Italia c’è già qualcuno che ha risolto brillantemente il problema dei costi della politica: Benito Mussolini, che eliminò il Parlamento. Perché se la politica non è percepita come utile, se il ruolo del parlamentare non è compreso nel suo significato più profondo, anche solo un euro speso per questo rappresenta un sopruso”. Il ruolo del parlamentare non è compreso: verità sacrosanta. E allora sono maturi i tempi perché arrivi qualcuno che dica: “Niente più Parlamento. Mandiamoli via tutti questi cialtroni! Ci penso io!”. L’antipolitica è l’anticamera della dittatura.
Si dirà che i politici hanno fatto di tutto per dare della “casta” un’immagine tanto negativa. E sia pure. Ma sarebbe molto gradito un bel mea culpa anche da parte della classe giornalistica, che ha prosperato su scandali, pettegolezzi, notiziucce, per aumentare la tiratura dei giornali o l’audience televisiva, per vendere libri, per vendere notizie. Insomma, per fare business sul marcio che c’è sempre, ovunque. E la cosa migliore era sparare nel gruppo, visto che la gente ha il vizietto di andare a leggere ciò che è pruriginoso. Il giornalismo d’assalto, il giornalismo scandalistico, se ha un valore quando denuncia soprusi e azioni criminose, diventa davvero deleterio per l’influenza negativa che ha sui cittadini di uno Stato, quando rappresenta solo il male. Il libro di Stella è stato lettissimo. La parola “casta” ormai la conoscono e la usano tutti. Si è imposta una visione unilaterale del fenomeno.
Come se poi i cittadini, tutti, non avessero la loro bella responsabilità. Sono loro, del resto che votano. Sono loro che vanno, da sempre, a mendicare favori dal politico. Sono quelli (moltissimi) che prosperano all’ombra delle pubbliche amministrazioni, dello Stato Moloch, delle spese allegre degli enti locali, anche quelli che tutti vorrebbero sopprimere. E questo da sempre, da prima del libro di Stella, dalla Prima Repubblica. In realtà si è scoperta l’acqua calda.
Si sopprimano gli enti superflui; si riduca il numero dei parlamentari; si faccia una bella cura dimagrante dello Stato e della sua macchina elefantiaca. Queste sono cose serie. Che Monti dia il “buon esempio” rinunciando al suo stipendio mi lascia del tutto indifferente. Non sono i tagli agli stipendi dei parlamentari che ci faranno uscire dalla crisi. Non è col “buon esempio” della “casta” che l’Italia si rimetterà in piedi. Ai politici chiediamo di tornare a fare politica. Con passione e con impegno. Tutto qui.
Gianluca Zappa
MAGRI, STAZZI E LA "BUONA MORTE" »
Quando si dice nascere sfigati. Angelo Stazzi, l’infermiere che faceva fuori i vecchietti per sfogare le proprie pulsioni omicide, avrebbe potuto fare la stessa cosa in modo molto più pulito e rispettabile, se solo fosse vissuto in Svizzera, in quella clinica dove si pratica il suicidio assistito e dove è andato recentemente a morire l’ex direttore del Manifesto Lucio Magri.
Pensateci: invece di quella brutta foto segnaletica (dove figura con la barba incolta, la faccia da mascalzone, da criminale, la posa da psicolabile), lo Stazzi avrebbe potuto avere una bella foto in un depliant, con una posa molto più professionale, con un bel sorriso stampigliato in faccia, rassicurante e finanche fraterno. Avrebbe fatto i soldi continuando a fare il carnefice di vecchietti, col vantaggio di non essere considerato un carnefice, un boia, ma un asettico operatore sanitario o addirittura un benefattore.
Sono le contraddizioni della cultura della morte, di una società impregnata di quella cultura, che nemmeno riflette più sulla gravità dei propri usi e costumi. Mi colpiva stasera, seguendo il TG, che la prima pagina fosse dedicata al ricordo grato e un po’ commosso di Lucio Magri, andato a fare “l’ultimo viaggio” in quella clinica svizzera, dove si può fare quello che nell’Italia ancora bigotta e cattolica non è consentito. E poi, più avanti, nella pagina di cronaca, arrivava la notizia dello Stazzi, definito “l’angelo della morte”, con il giusto marchio d’infamia che si riserva agli assassini.
Si dirà: ma che c’entra? Quelli che in Svizzera hanno “aiutato a morire” Lucio Magri lo hanno fatto su precisa richiesta dell’aspirante suicida. Rispondo che, richiesto o meno, non c’è differenza alcuna tra il lavoro sporco degli svizzeri e quello dello Stazzi. Il mestiere di boia è sempre lo stesso. Magari lo Stazzi ha interpretato a modo suo la volontà dei suoi pazienti; magari avrà carpito qualche loro lamento, qualche frase di quelle che si ripetono quando si è stanchi della vita, e l’ha presa sul serio.
Quello che è certo è che lo Stazzi sarebbe stato un ottimo operatore nella clinica svizzera. Serio, professionale, metodico, preciso. Proprio quello che ci vuole in strutture di quel genere.
E veniamo a Lucio Magri. Si è voluto suicidare. Che qualcuno prenda questa orribile decisione non è una cosa nuova. La novità è che da qualche tempo lo si può fare in modo soft, pulito, asettico, addirittura, in qualche modo, sereno. Niente più pistole che fanno saltare le cervella: niente più gas di scarico dell’automobile nel garage ermeticamente chiuso; niente più cappio al collo in qualche cesso; niente più voli dal quinto piano con conseguente spiaccicamento a terra; niente più avvelenamenti da barbiturici presi in dosi massicce. Tutta roba vecchia, sporca. Adesso c’è la clinica, c’è lo sguardo rassicurante delle infermiere, i vasi di fiori nella camera pulita, la musica che ti accompagna…
L’uomo si gioca così il suo “potere di morire”, trasformandolo in un”diritto di morire”, come bene commentava questa sera l’inossidabile Giulianone Ferrara. E se la morte diventa un “diritto” (per la prima volta nella storia dell’umanità!), che perda anche tutto il suo aspetto tragico e si trasformi in qualcosa di dolce! “Eutanasia”, appunto. In questo modo, ha detto ancora Ferrara, Cristo viene spazzato via dalla faccia della terra. Ma con Cristo scompare anche l’uomo.
La vicenda di Magri insegna una cosa facile facile e per questo va tenuta a mente. Non si è andato ad uccidere un uomo che era segnato da qualche terribile malattia, un malato terminale ridotto allo stadio vegetale, un essere umano ridotto in carrozzella e impedito in tutti i movimenti o in qualche altra funzione. E’ andato a suicidarsi un uomo che semplicemente non voleva più vivere. E’ una cosa diversa. E’ un’immagine molto diversa da quelle terroristiche che ci sono state presentate con i casi di Welby o di Eluana. E questa immagine svela l’ipocrisia di molte campagne per il “diritto di morire”. Non ci facciamo fregare: una volta concesso questo “diritto”, i primi ad usufruirne non saranno gli handicappati né i malati terminali, né i malati di cancro. Ma quelli che, semplicemente, non vorranno più vivere, per un motivo qualsiasi. E non necessariamente a settant’anni. La crisi potrà arrivare molto prima: a sessanta, cinquanta, quaranta, perfino trenta e giù giù fino ai diciotto.
E questi poveracci, invece di incontrare qualcuno che li aiuti a ritrovare se stessi, la speranza, il senso della vita, Cristo, cadranno nelle mani di carnefici alla Stazzi, ma in veste di angeli della “buona morte”. Sorridenti, fraterni, professionali, puliti. Pronti, loro, a riscuotere una parcella per lo stesso mestiere per il quale, altri, vanno in galera.
Gianluca Zappa
STRANE MANOVRE »
Non occorre essere grandi esperti di partiti politici o di economia per essere un po’ disorientati dal subitaneo cambiamento di rotta che si è verificato in Italia.
Ci spieghiamo meglio: un governo si è dimesso per consentire l’approvazione di provvedimenti urgenti che ci salvassero dalla speculazione internazionale tenendo conto delle richieste dell’Europa. Ora scopriamo che tutta quell’urgenza non c’è proprio, visto che il primo provvedimento preso dai ministri è il sanamento delle spese per Roma Capitale.
Ma l’economia italiana, i licenziamenti, i problemi del lavoro, dei giovani, delle famiglie, dell’educazione non erano prioritari? Ce li siamo forse sognati?
Non ci basta che un premier dica semplicemente “si prenderanno provvedimenti urgenti al più presto” quando poi, al primo Consiglio dei Ministri, si decide qualcosa che la maggioranza non si è mai preoccupata di considerare urgente o con prioritario. Per quanto ne sappiamo, la maggioranza degli italiani si è espressa e ha votato anche un programma di governo ben preciso. Programma che l’attuale governo non ha e non può avere, essendosi materializzato dal nulla in forza di una emergenza economica che solo in minima parte ha origine in Italia.
Quindi cosa c'entra, tutto ciò, con un tema come la cittadinanza ai nati in Italia?
L’avere tirato fuori un argomento del genere in un momento come questo pone qualche interrogativo su quanto il nostro presidente della Repubblica– sempre osannato come super partes – intendesse veramente fare, poiché questo é evidentemente un argomento che non unisce ma divide come pochi.
Prima: alcuni ministri nominati nel nuovo governo, con impostazioni chiaramente e diametralmente opposte rispetto ai loro predecessori votati dal popolo italiano.
Poi, il disinvolto passaggio dal tecnico a temi che tanto tecnici non sono, volutamente estratti dal cilindro per provocare reazione.
Ci si domanda se non ci sia dietro un progetto politico per riplasmare alleanze e polarismi vari. A vantaggio di chi? Degli italiani? Dobbiamo forse attenderci la prosecuzione della democrazia con altri mezzi? Decisi da chi?
Redazione di SamizdatOnLine
L'EUROPA NELLA MORSA DELLA CRISI FINANZIARIA »
Ho ancora un vivo ricordo della surreale vicenda dell’adesione dell’Irlanda alla Unione Europea: la Corte suprema irlandese aveva sottolineato la necessità del ricorso ad un Referendum popolare nel caso il Parlamento legiferasse una cessione della sovranità nazionale. E di Referendum in Irlanda ce ne sono stati ben 3, succedutisi in breve lasso di tempo fino ad ottenere il risultato “giusto”: quello atteso dagli strateghi del superstato europeo. Nulla valse al popolo irlandese aver votato prima contro il trattato di Nizza (Giugno 2001) e poi contro quello di Lisbona (Giugno 2008). Una nuova consultazione referendaria fu indetta appena un anno dopo, nell’Ottobre del 2009, e questa volta il risultato fu diverso. Il paese era ormai stretto da una (provvidenziale?) crisi economica e sotto attacco finanziario e la gente, spaventata per le possibili conseguenze, priva ormai di reali alternative (come aveva riconosciuto John Waters, columnist di punta del quotidiano The Irish Times, in un suo memorabile articolo) mutò il proprio orientamento regalando al “Si” un insperato vantaggio. E’ in questo modo che anche Caitlín Ní Uallacháin è entrata a far parte della fortezza-europa. La crisi economico-finanziaria non veniva tuttavia parata e la situazione del paese precipitava di li a poco: la “tigre celtica” degli anni ’90 è ormai soltanto un lontano ricordo…
Anche in Olanda ed in Francia si erano svolti dei Referendum per l’adesione al trattato (nel 2005) ed in entrambi i casi si era avuta la netta affermazione dei “No”. Pur tuttavia, nel periodo successivo, il Parlamento olandese e quello francese votavano l’adesione dei rispettivi paesi alla UE. Di fronte ad un procedere simile come si può credere alla possibilità di un controllo democratico sul progetto di unificazione europea? Qualcosa di analogo accade ora (mutatis mutandis) con la Grecia: il popolo greco non dovrebbe dire infatti alcunché riguardo ai provvedimenti economici sollecitati dall’UE… ma se è così che senso ha riferirsi retoricamente al principio della sovranità popolare? A cosa servono più i cittadini? La Grecia deve unicamente attenersi alle indicazioni della BCE e del FMI e non è reputata un’opzione ammissibile la fuoriuscita dall’Euro. Strano… la Gran Bretagna può restarsene comodamente fuori dell’Euro e tenersi la Sterlina, mentre la Grecia non deve aspirare a riprendersi la Dracma. Se non sono più i cittadini cosa rappresenta “il sovrano” nei paesi della UE? Sono forse il duo Merkel & Sarkozy? Li vediamo agitarsi, dare le pagelle, intervenire su questo o su quello, quasi che nella UE non esistessero più delle istituzioni comunitarie… Eppure è chiaro che neppure loro sono “il sovrano”. Ma chi detiene allora il potere reale in Europa? Quale timoniere guida l’Europa?
Il cammino di unificazione europea è andato avanti, in questi anni, senza il consenso ed il controllo da parte dei popoli. La gente era contraria a Maastricht ed altrettanto contraria a Nizza e Lisbona, era anche contraria all’ampliamento (l’Europa è l’unico sistema politico privo di frontiere certe e definite) ed era contraria a Shengen… Così, per fare l’Europa, i popoli sono stati aboliti. La Costituzione europea se l’è scritta praticamente da solo il potente uomo politico francese, legato alla massoneria, Valéry Giscard d'Estaing. La nuova moneta ha dimezzato il potere d’acquisto dei cittadini senza rilanciare alcunché (Gran Bretagna, Danimarca e Norvegia vanno meglio di noi…). L’Euro, poi, non corrisponde neppure ad uno stato politico dai contorni definiti e stabili, basti pensare che la Gran Bretagna (parte della UE) contribuisce alle decisioni sull’Euro senza tuttavia subire l’effetto delle medesime dato che conserva la Sterlina. La scomparsa di una moneta nazionale ha sottratto però ai governi degli stati il controllo delle rispettive economie. Noi votiamo per questo o per quello, ma le decisioni che contano sono quelle prese altrove, e se in passato la svalutazione della moneta avrebbe consentito il rilancio di una economia in affanno, oggi invece possiamo solo ridurre e tagliare, applicando le ricette liberiste predisposte da autorità che la gente comune neppure conosce o vota.
La competizione diretta e senza regole con tutto il resto del mondo si traduce in un confronto usurante con le economie che giocano sporco (come la Cina o l’India…), paesi dove il lavoro è pagato con cifre da miseria e non esistono diritti o tutele neppure per i bambini di 11 anni. Promettono il risanamento, ma se si guarda a tutto il resto del mondo si vede che i Paesi con la crescita più sostenuta sono quelli che hanno adottato misure di protezione del mercato interno.La grande depressione infatti non colpisce tutti come si sente dire: la crescita mondiale del 2012 sarà comunque del 5% e non mancano previsioni decisamente favorevoli per paesi come la Russia, il Brasile e l’Argentina, quelli meno servili nei confronti delle ricette liberiste e mondialiste del FMI. Anche gli indicatori economici della Libia erano più che buoni, Gheddafi però non seguiva i consigli del FMI ed abbiamo visto cosa gli è capitato… Il caso dell’Argentina è poi emblematico. Néstor Kirchner aveva assunto la Presidenza in un momento drammatico per il suo paese, aveva quindi rotto con il FMI e rigettato il trattato di libero scambio (sostenuto dagli Stati Uniti). Da quel momento in poi il PIL iniziava a crescere a ritmi “cinesi” (con punte addirittura del 10%) ed anche gli indici di povertà e di disoccupazione scendevano per la prima volta dopo 10 anni. Il governo, inoltre, anziché tagliare il welfare (come si chiede a noi), accresceva gli investimenti sociali. Insomma, l’Argentina non ha seguito le indicazioni del FMI, ma le previsioni di crescita per il prossimo anno sono di un invidiabile 8,3%!
Ma ci sono tanti modi di guardare alla medesima cosa, e la crisi che tanto preoccupa la gente comune (che perde il posto di lavoro e vede ridotto il potere d’acquisto del salario e le tutele sociali) è forse un’autentica manna per euro-burocrati, massoni e banchieri. In fondo la crisi fu utile per trascinare Repubblica d’Irlanda dentro il trattato di Lisbona. Si potrebbe quindi immaginare che il fallimento finanziario delle nazioni rappresenti un passaggio necessario per il successo di un'altra idea di Europa: l’Europa del “superstato”, l’Europa dei circoli elitari, economici e finanziari, che impongono i programmi di “risanamento” e pianificazione economica agli stati membri. Un’Europa che non ha bisogno dei valori e dei simboli del passato. Un’Europa di carta (di carta-moneta) che potrebbe esistere anche senza di noi (senza gli Europei) chiamando a lavorare a prezzi stracciati “chiunque ci sta”. Forse è per questo che non ci si preoccupa del drammatico declino demografico del continente… Gli Europei erano mezzo secolo fa il 27% della popolazione mondiale. Presto saranno meno del 9%. Ma che importa? Il grande capitale finanziario non percepisce fedeltà e non ha nazione e non ci chiederà chi siamo…
Stefano
SILENZIO! PARLA IL PROFESSORE. »
Il Governo Monti ha ottenuto la fiducia. Da oggi l’Italia è l’unico Paese europeo ad avere un governo di tecnici. Un’anomalia nel contesto internazionale. Siamo un Paese commissariato.
A molti il discorso del professor Monti alle Camere ha ricordato una prolusione di anno accademico. E i deputati apparivano dei bravi scolaretti che stavano lì, buoni buoni, ad ascoltare la lezione. I monelli apparivano acquietati. Il maestro li aveva messi tutti in riga. Volendo, si potrebbe citare Manzoni: “Ei fe’ silenzio e arbitro s’assise in mezzo a lor”. Già, perché adesso per lo meno c’è silenzio, ci si azzuffa di meno. Non sappiamo quanto durerà, ma la sensazione è questa.
Prendete l’on. Gianfranco Fini. Aveva detto che si sarebbe dimesso subito dopo le eventuali dimissioni di Berlusconi. Ora il cavaliere si è dimesso, ma lui tace e, zitto zitto, resta al suo posto. Nessuno gli dice niente, a cominciare dal Presidente Napolitano, sempre sollecito del bene comune. La cosa è scandalosa, è una vera e propria presa in giro del popolo bue. Tra l’altro Fini non si perita nemmeno di inventarsi una qualche scusa per giustificare la promessa tradita. Resta clamorosamente al suo posto, infischiandosene della correttezza istituzionale, con la benedizione dell’on. Casini. Eppure, in fin dei conti, è proprio Fini che ha creato la paralisi totale del legittimo governo votato dagli italiani, ritagliandosi quel mostruoso ruolo di Presidente della Camera-capo di partito. Tutto normale?
Il “governo dei tecnici”. Questa sera, a Radio Londra, Ferrara ci ha letto il foglietto di Gianni Letta. Imbarazzante. Chissà se, nel silenzio generale, qualcuno, Ferrara a parte, ne parlerà. Quel foglietto dice che entrano dalla finestra quelli che sono stati cacciati dalla porta e che, insomma, la politica metterà le mani surrettiziamente (e senza passare dalle urne) su questo governo. Casini ha già detto che durerà fino a fine legislatura. Mi sembra indicativo.
Qualcuno comincia a chiedere informazioni su questi “tecnici”. Chi sono? In quante scarpe hanno i piedi? C’è qualche conflitto d’interessi in corso? Silenzio. Tutto tace. Eppure urge sapere. Non è che perché non c’è più Berlusconi dobbiamo tutti tenere la testa nel sacco.
La speculazione, del resto, non è finita. Appena uscito di scena Berlusconi, lo spread è andato alle stelle. Ora sta calando, ma non abbiamo garanzie che continuerà così. Non mi stupirei se nei prossimi giorni salisse ancora. Del resto la speculazione attacca tutti i Paesi dell’Eurozona. Questo valga per tutte le cretinate che si sono dette nei giorni scorsi e le facili ricette che sono state spacciate con falsi sillogismi (via Berlusconi, l’Italia riacquista credibilità.
La vogliamo dire tutta? Monti sta lì per fare quello che le forze politiche non vogliono fare. Le manovre lacrime e sangue le faranno i tecnici. I partiti potranno autodecorarsi con la storia dell’ “interesse nazionale”. la crisi della politica italiana (tutta) appare evidente. In ogni caso, è significativo questo ruolo di Monti plenipotenziario. E’ un po’ quello che avrebbe sempre desiderato Berlusconi: un presidente con poteri forti, capace di operare in modo tempestivo ed efficace. Solo che quando lo diceva lui era come se fosse una bestemmia. Ora abbiamo un presidente che non è stato nemmeno eletto dalla popolazione. E un’opposizione che voterà “responsabilmente” provvedimenti presi dal governo Berlusconi, sì, proprio quelli che qualche settimana fa erano solo “macelleria sociale”. E’ un’altra anomalia italiana.
Un paio di cosine, prima di concludere. L’altro giorno, su Avvenire, a pag. 11 (si noti bene), leggo due notiziole niente male. La prima è che il Csm ha aperto un fascicolo sul procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, quello che al Congresso del Pdci aveva detto di non sentirsi “del tutto imparziale”. Insomma, un esempio vivente, e nemmeno pentito, di quella magistratura politicizzata di cui sempre ha parlato Berlusconi. Adesso che il cavaliere non è al governo si può procedere contro questo strano magistrato “parziale”, senza rischiare di farlo diventare il martire che non è.
L’altra notizia riguarda l’ennesimo proscioglimento di Berlusconi, stavolta nel caso Mediatrade. Il gip, Maria Vicidomini, dice che le prove prodotte dal Pm sono delle bufale. Addirittura sono state fornite delle foto prive di “data certa”. Insomma, con prove così è perfino “inutile procedere al dibattimento”.
La notizia scivola a pag. 11. E’ una notizia, oggi, ormai secondaria. Dei fatti di Berlusconi non interessa più a nessuno. Figurarsi se interessa il proscioglimento di un imputato in un’inchiesta bufala, portata avanti con prove ridicole!
Silenzio! Parla il Professore.
Gianluca Zappa
E DOPO BERLUSCONI? UNA SANO BAGNO DI REALTA' »
E così è finita l’era Berlusconi. Ora uno dei passatempi più interessanti sarà quello di vedere che fine faranno tutti coloro che sull’opposizione, sulla resistenza contro questo personaggio hanno costruito le loro fortune. Che farà d’ora in poi un Di Pietro, per esempio? Che senso avrà un partito come il suo, che dell’antiberlusconismo ha fatto la ragione di vita? Sopravviverà a Berlusconi? E di cosa parleranno i vari comici, i vari Fazio e Floris, i vari Santoro, il circo Barnum della televisione di sinistra? E lo stesso Benigni, come riuscirà a tenere in piedi un’ora di spettacolo prima di dedicarsi a Dante? E Beppe Severgnini, su chi scriverà i suoi libri?
Ora i Fini, i Bersani, i Bindi, i Franceschini (tutti volti nuovi, cui sono notoriamente attaccate le speranze degli italiani) non potranno più continuare col solito ritornello “Berlusconi farebbe bene a dimettersi”. Ora che si è dimesso dovranno dire qualcosa di sensato, qualcosa di serio, qualcosa di responsabile.
E il “popolo viola” a chi lancerà insulti? Su chi scriverà manifesti? A chi lancerà le sue monetine? Passata la nottata, con le ultime sceneggiate davanti a palazzo Grazioli, con le ultime grida d’esultanza, il popolo dal colore moscio e triste si ritroverà con una “rugosa realtà da stringere”, senza una ragione di vita, senza il capro espiatorio su cui scaricare tutti i mali.
Un Berlusconi non più premier farà meno notizia. Anche i presunti scandali sessuali tireranno di medio, faranno vendere meno copie ai giornali. Tira brutta aria. E pensate a tutti i giudici e magistrati che si sono fatti un nome col “resistere, resistere, resistere”. Adesso? Quale scandalo cavalcare? Esiste in giro un altro Berlusconi da combattere, che ti dà una notorietà internazionale?
Un altro passatempo molto interessante sarà vedere all’opera questi uomini che, stando alle pompose, epiche dichiarazioni dell’on. Franceschini, inaugureranno una “nuova epoca”. Sarà interessante verificare che tipo di provvedimenti verranno messi in campo per fronteggiare una crisi che non è affatto finita con l’uscita di scena di Berlusconi.
Perché, suvvia, non ci prendiamo in giro: è vero che il premier non aveva più da tempo una maggioranza affidabile (e quindi è un bene che l’agonia sia terminata, tra l’altro in modo dignitoso, con il significativo risultato di un ultimo decreto che risponde alle richieste dell’Europa), ma è altrettanto vero che ad essere sotto tiro è tutto il sistema Italia, col suo immobilismo, con la paralisi creata dai veti incrociati di partiti e partitini che hanno generato una vera e propria situazione di stallo. Di più: con un’estenuante campagna elettorale cominciata fin subito dopo il trionfo di Berlusconi alle ultime elezioni, che ha dato l’idea di un Paese rissoso, poco coeso, in stato confusionale. Ma questa è solo una parte della questione. C’è di più. Ed è la crisi della politica mondiale, della politica europea. Non c’è nazione che non sia in crisi e questa crisi passerà alla storia come una delle più gravi che l’Occidente capitalistico abbia mai vissuto.
Ho sentito Floris (oggi onnipresente su Raitre) annunciare che finalmente si torna alla realtà. In fondo ha ragione (ma non come crede lui): per troppo tempo troppi hanno vissuto all’ombra di Berlusconi, e hanno spacciato per vero il falso teorema che il problema fosse lui. Un sano bagno di realtà farà molto bene a tutti.
Gianluca Zappa
LA NATURA FERITA »
“Tredici giorni che piove; i fiumi sono disalveati: diavolo! Che bella cosa è la natura! Annega in pochi minuti gli uomini ch’ella ha preteso di beneficare per tanti anni”.
Sembrano riflessioni fatte sul recente disastro di Genova, e invece risalgono ai primi anni dell’Ottocento. La citazione è tratta da una lettera di Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese. Di lì a poco Leopardi avrebbe definito la natura come “il brutto/ poter che, ascoso, a comun danno impera” e l’avrebbe raffigurata, in una tra le più famose delle sue Operette Morali, come un mostro gigantesco del tutto indifferente al destino degli uomini, che sono in sua balia. Poi, molto più realisticamente, ne La ginestra, avrebbe condensato la sua idea nel desertico panorama lavico generato dalle eruzioni del Vesuvio.
La natura “annega gli uomini”, dice Foscolo. E quanto sono attuali le sue parole! Viene un po’ da sorridere pensando ai vari verdi e naturalisti, seguaci di un’ideologia che sacralizza nuovamente la natura, che ne fa una madre benefica e amorevole, rovinata solo dal pessimo comportamento degli uomini. Questa visione distorta, troppo semplicistica, ce l’abbiamo un po’ tutti: ci hanno convinto che i disastri avvengono perché siamo noi a provocarli, noi, che inquiniamo l’aria e la terra, che produciamo il famoso buco dell’ozono, che non facciamo una corretta manutenzione dei fossi e dei fiumi, che costruiamo dove non si dovrebbe costruire e via dicendo. Il che, intendiamoci, è vero. Ma non è tutto.
C’è qualcosa che sfugge al controllo umano, qualcosa che l’umana condotta, anche quella più attenta, più amorevole, più previdente, non riesce ad evitare. Cento anni dopo Foscolo, il mio amico Chesterton prendeva in giro gli adoratori della Natura e sintetizzava così il suo pensiero: uno si alza al mattino benedicendo la natura e a sera va a letto che la maledice.
Siamo progrediti enormemente, abbiamo una tecnologia raffinata, strumenti in grado di prevedere, prevenire, interpretare correttamente i fenomeni, eppure siamo ancora qui a fare i conti con la natura che “annega gli uomini”, con il mostro gigantesco (gli tsunami, i terremoti, le inondazioni degli ultimi dieci anni insegnano) che quando si muove, anche lievemente, ci distrugge, ci scompiglia, ci getta all’aria, come formiche. “Considerate quanto poco basta per annientarci” – rifletteva saggiamente il grande Seneca – “siamo piccoli esseri vani e deboli, inconsistenti, facili ad andare in rovina senza grandi sforzi”. L’antichità diffidava dei superuomini.
Dobbiamo continuare a lottare con tutte le forze contro i nostri limiti, questo è giusto ed è anche nella nostra natura. E’ questa capacità di affrontare il limite che ci fa grandi. Ma è il senso del limite che non dovrebbe mai mancarci. E invece ce ne dimentichiamo, nella nostra folle presunzione. Dimenticarsi del limite vuol dire dimenticarsi di una realtà molto semplice e molto vera: la natura è ferita. Noi stessi siamo feriti. Qualcosa non funziona più.
Sì, c’è qualcosa che non va. C’è tanta perfezione, tanto ordine, tanta provvidenziale regolarità e, allo stesso tempo, tanta imperfezione. L’unico sguardo realista, davanti a tanta contraddizione, è quello di chi crede alla Rivelazione, al peccato originale. Riconoscere il peccato all’opera nella natura e nell’uomo, significa guardare le cose nella giusta prospettiva. Senza farsi troppe illusioni, senza cadere nel perfettismo, ma, nello stesso tempo, senza rassegnarsi in un pessimismo disperato.
E’ un dogma che sembra quasi incongruo, perfino infantile, eppure è la chiave della storia umana e l’uomo e quello che sperimentiamo continuamente sono inconcepibili senza questo mistero più di quanto questo mistero sia inconcepibile per l’uomo. Solo alla sua luce si spiega la contraddizione sulla quale sorrideva amaramente Ugo Foscolo.
Gianluca Zappa
HALLOWEEN, SIMONCELLI E LA MORTE CRISTIANA »
Si parla tanto di morte, in questi giorni. Novembre è il mese dei morti, nella tradizione cristiana, e in questi giorni tanta gente frequenta i cimiteri. Poi c’è stata la shoccante morte in diretta di un bravo ragazzo, che in più era un campionissimo del motociclismo, Sic Simoncelli. Infine c’è stata la morte consumistica, orrida e pagana di Halloween, uno stupido pseudo-rito impostoci dal mercato mondiale.
Non parlerò di Halloween. E’ un’idiozia in sé e per sé, che però diventa veramente pericolosa quando viene presa sul serio dagli adulti (in primis le mamme e le maestrine delle scuole d’infanzia e delle elementari). Insomma, il problema non sono le zucche di Halloween, ma quelle zucche vuote che lo celebrano.
Voglio invece concentrarmi sullo striscione che è stato esposto al funerale di Simoncelli e che più o meno diceva: “Va’ e insegna agli angeli a impennare”. La frase è bella, un po’ patetica, e ci stava bene in un funerale di quel genere. C’era del poetico, c’era molto sentimento in quelle parole. La morte del giovane campione ha messo tutti di fronte alla fragilità della vita, della gloria, delle realizzazioni dell’uomo. La morte fa sempre questo brutto effetto: ti spiazza, ti sconvolge, perché in qualche modo senti che non ha senso, ma anche perché si abbatte con troppa violenza a troncare qualcosa che tutti non ci rassegniamo a credere finito.
E lo striscione testimoniava proprio questo: di fronte alla morte di Sic, è bello dirsi che non è finito tutto, che Sic è vivo e gira in moto tra le nuvole, in un’altra dimensione e magari “insegna agli angeli a impennare”. Però… però manca qualcosa. La bella immagine, poetica, piena di sentimento, è fragile, come la vita di un uomo. E’ una bella narrazione, una bella favola, ma rischia di restare tale. E’ solo un’illusione, con cui sopravvivere a quei giorni in cui il dolore per la morte dell’amico, del campione, del punto di riferimento è troppo forte. In fondo l’uomo ha bisogno di consolarsi. Ma sa anche capire, se solo ci pensa, quando la sua è solo una misera consolazione.
Quella frase in quello striscione, esposto durante un funerale cristiano, non è una frase cristiana, questo è il punto. Perché? Perché manca Cristo, l’unico che nella storia del genere umano ha risposto al problema della morte. Non si può parlare di Paradiso, di angeli e di tutto il resto, se si prescinde da Gesù il Risorto. Non si può continuare a giocare con le illusioni. Nessuna illusione: Sic Simoncelli è andato ad incontrare Lui, Gesù, che gli è andato incontro e l’ha abbracciato e l’ha riportato dentro il suo amore. Questo è accaduto davvero, questo è accaduto ai nostri morti, questo accade a tutti coloro che vengono salvati.
Nella morte cristiana c’è questo incontro, questo abbraccio, questo amore, questa pace, questa luce. La morte cristiana è l’incontro con l’Amore che genera l’amore. E’ l’incontro con una Persona, che è il destino di tutti noi. Non è niente meno di questo. Il Paradiso ce lo possiamo immaginare molto umano. E allora Sic Simoncelli potrà continuare a guidare la sua moto. Ma in questo modo stiamo solo facendo ciò che tutti gli uomini hanno sempre fatto, andando appresso alle loro illusioni, al loro bisogno di eternità. Io, cristiano, non credo che Simoncelli sia ancora attaccato alla sua moto. Io credo che stia sperimentando un abbraccio, un amore tanto grande da vivere solo per quello.
Lo striscione del funerale e la quasi contemporanea nottata grottesca di Halloween sono due facce della stessa medaglia, di un uomo contemporaneo che ha perso Cristo. E allora fantastica di angeli o di demoni, a seconda delle situazioni. Fantastica, appunto, senza una precisa direzione, senza credere, in fondo, ad una realtà che lo supera. Senza incontrare nessuno.
Ma questa non è la morte, non quella che Gesù ci ha rivelato. “Oggi stesso sarai con me in Paradiso”, disse morendo sulla croce al ladrone pentito. “Sarai con me”! Abbiamo bisogno di rimetterci davanti a questa parole e di prenderle sul serio. Allora il mistero della morte potremo viverlo con una consapevolezza del tutto diversa.
Gianluca Zappa
PER LA DIGNITA' DELL'EMBRIONE UMANO »
Accogliamo con viva soddisfazione il pronunciamento della Corte di giustizia dell’Unione Europea che riconosce all’embrione la piena dignità di essere umano fin dal momento della fecondazione.
Appare assai significativa dal punto di vista antropologico e giuridico l’affermazione della Corte per la quale “la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano” perché con tali parole si riconosce appieno la qualità umana del concepito fin dal suo primo istante di vita.
Non meno significativo è il fatto che l’unica forma di brevettabilità ammessa sia quella che tuteli e vada a diretto vantaggio dell’embrione stesso.
L’essere umano non potrà mai più essere etichettato come una cosa e trattato alla stregua di una merce, neppure se piccolo!
Per la Corte d’Europa, così come alcuni anni fa per il Comitato nazionale di bioetica, l’embrione è pertanto, sempre ed indiscutibilmente, un essere umano.
Ciò rappresenta anche una forte sconfessione della decisione del già ministro della ricerca Fabio Mussi, il quale nel Giugno del 2006 aveva ritirato la firma dell’Italia dalla cosiddetta “minoranza di blocco” aprendo la strada al finanziamento delle pratiche di manipolazione degli embrioni da parte dell’Unione Europea.
Scaturita da una questione di brevetti, la recente sentenza della Corte restituisce pertanto voce a chi non ne aveva più alcuna, un fatto del quale non si potrà non tener conto in futuro, con ripercussioni importanti, sul piano giuridico, sulle decisioni attinenti i temi bioetico-antropologici in tutta Europa.
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